In difesa della salute mentale

SUGGERIMENTI ALLE FAMIGLIE
di Maristella Buonsante

PREFAZIONE

Nella logica della complessità, che caratterizza l’attuale clima scientifico, anche il disturbo psichico è oggi riconosciuto come legato all’intrecciarsi di fattori differenti (a livello biologico, individuale, relazionale..).
Per impedire che una persona soffra di disagio psichico, o “mentale” o – come comunemente si dice – di “esaurimento” cioè per fare prevenzione, occorre, quindi,  agire al livello (ossia nel contesto) dei differenti fattori.
Noi non sappiamo, spesso, nel caso singolo, quale fattore sia predominante, per cui dobbiamo intervenire su tutti i contesti di possibile rischio.
Un livello d’intervento privilegiato è la famiglia, come luogo e spazio di rapporti umani intensi, in cui si sviluppa una specie di “gioco” – fatto di mosse reciproche – di relazioni complesse.
Noi terapeuti familiari vediamo la famiglia come formata dalla rete di rapporti fra le persone, rapporti che sono fatti dalle parole, ma soprattutto dagli sguardi, dai toni delle voci, dai gesti, dalle espressioni dei volti, dalle azioni dalle emozioni…, che ci segnalano, di volta in volta, in quale situazione affettiva ci troviamo rispetto all’altro.

Noi pensiamo che i comportamenti, l’affettività positiva e negativa, le idee delle persone, in famiglia, sono connessi e s’influenzano reciprocamente.

E’ come se i familiari siano uniti dai fili invisibili dei loro rapporti pur conservando la loro individualità, e quindi i comportamenti delle persone modellino e siano modellati, entro determinati limiti,  in particolare in certi periodi della vita della famiglia.

In ogni famiglia – ed in realtà in ogni gruppo umano in cui le persone vivono insieme abbastanza a lungo – si gioca un gioco, si formano dei modi stabili di stare insieme, si perseguono obiettivi.

Una famiglia può funzionare bene per certi obiettivi  (i soldi, la carriera, il riuscire a rimanere insieme “nonostante tutto”) ed essere un fallimento in altri.

Si può persino ipotizzare che a volte le stesse “abitudini” che fanno vincere in un campo, causino il fallimento in un altro.   Per esempio: il molto tempo che un genitore impegnato “in carriera” passa fuori casa, può essere legato a  difficoltà di rapporto. Per questo s’impegna tanto nella carriera.

Nella famiglia i fili formati dai rapporti devono permettere sostegno ed autonomia .

Dovrebbero così essere la trama di una rete di protezione, mentre volteggiamo tra le acrobazie della vita quotidiana.

Ma nei fili si possono formare dei nodi, o i fili possono trasformarsi in legami che imprigionano le persone,  proprio perché si vogliono anche bene e sono reciprocamente importanti,  aggiungendosi  così ai numerosi legami che la condizione di esseri umani comporta.

In questo senso aiutare la famiglia a preservare la salute mentale di tutti i familiari è sempre anche voler aiutare ad  aumentare la loro libertà individuale.

Se d’altra parte,  in certe condizioni,  coincidenze,  concatenazioni di eventi,  una persona manifesta disagio, (ciò non è detto sia un disturbo psichico),  comunque la famiglia per fronteggiare la situazione dovrà rinsaldare le maglie della rete di protezione  fornita dalle relazioni.

I seguenti suggerimenti, necessariamente semplificati,  certamente assai lontani dall’essere esaurienti, nascono dai fili che abbiamo seguito nel lavoro terapeutico e che hanno dimostrato di essere aiuto alle famiglie più sfortunate, al cui fianco abbiamo ”sfidato” il labirinto, e che hanno aiutato noi a comprendere qualcosa di più sul comportamento umano.

Speriamo che riuscire a seguirne qualcuno che ritenete più vicino alla vostra situazione possa esservi utile  nel migliorare le relazioni con i vostri familiari.

Bari dicembre 1991

I SUGGERIMENTI

“Su, non serve a niente piangere così!”
si disse Alice in tono un po’ secco
“Ti consiglio di smetterla immediatamente!”
In genere si dava degli ottimi consigli
(benché poi li seguisse molto di rado).

L.Carroll – “Alice nel paese delle meraviglie”

1) Imparare a consolare bene.

Consolare è innanzitutto un ascolto attento, anche per un breve periodo di tempo. Meglio ancora se si è consapevoli del sentimento provato dall’altro (tristezza, rabbia, frustrazione) nel ricordo di ciò che abbiamo provato noi stessi.
E’ assai più importante il tono della voce che il monotono ritornello “consolatorio” di solito usato  (“non ti preoccupare, non prendertela, non ci pensare ecc.”) che viceversa è spesso inutile e spinge l’altro ad una maggiore tristezza o irritazione verso il “consolatore”.
Si può così dare una “spalla” su cui l’altro possa anche piangere, limitando però lo spazio di tempo della consolazione al sopportabile.

2) Comunicare non vuol dire solo parlare.

In quello che ci sta veramente a cuore, nel rapporto sentimentale che ci lega, contano assai più delle parole il modo con cui parliamo, lo sguardo, l’intonazione della voce, i silenzi, i gesti, l’espressione del viso.  Si può “accarezzare” o “picchiare”  con il solo tono della voce.
E’ fondamentale anche sorvegliare che non si abbia l’abitudine costante di “dire” cose diverse o contraddittorie con le parole,  rispetto a quelle che si “esprimono” senza parole.

3) Imparare a conversare del più e del meno.

Si scuote la testa di fronte a gusti differenti dei figli prima che inizino a parlare della loro “musica”, vestiti ecc
Disapproviamo quando potremmo “imparare”, quantomeno qualcosa sui loro gusti.

4) Imparare a “litigare meglio”.

Poiché è inevitabile litigare, visto che l’armonia coniugale è il traguardo e non il punto di partenza del matrimonio, si può almeno tentare di:

  • Rendersi conto se si sta litigando per ottenere realmente un cambiamento di abitudini, oppure se, pur cambiando gli argomenti, stiamo ripetendo la stessa scena dal titolo “chi comanda tra di noi ?”
  • Di solito i coniugi litigano in pubblico (specie davanti ai figli) e fanno pace in privato. Si consiglia di litigare in privato, o almeno di fare anche la pace apertamente.
  • Ancora più pericolosi sono i litigi “muti” o non riconosciuti come tali. E’ meglio litigare apertamente.
  • Particolarmente devastante sui figli è la violenza fisica su un coniuge, o anche l’atmosfera di cupa minaccia che ciò possa accadere.

5) Comunicare al “maschile” e al “femminile”.

Sono state riscontrate differenza legate al sesso, che già causano di per sé molte incomprensioni.
Le donne tendono a parlare apertamente di sentimenti anche quando parlano e/o fanno cose concrete, gli uomini tendono a parlare di cose concrete ed a dimostrare i sentimenti “facendo” qualcosa per l’altro, ma con difficoltà a dirlo apertamente e con l’ambiguità conseguente.

6) Incoraggiare le scelte.

Anche piccole (per esempio abbigliamento, piccole spese personali) non solo per i figli, ma anche per sè e per il partner… ovviamente senza poi criticare il risultato.

7) E’ dannoso esprimere spesso critiche.

Infatti l’eccesso di critiche, anche “tra le righe”, induce il familiare, tra l’altro, a sbagliare ancora di più.

8 ) E’ meglio usare le “buone” o le “cattive” quando non si è ascoltati dai figli?

A parte gli eccessi, ed esclusa la violenza fisica, ciò che è veramente utile è che i genitori decidano insieme il metodo da usare e siano, o almeno sembrino, d’accordo davanti ai figli.

Almeno, abbastanza spesso.

9) Scambiarsi piccoli gesti affettuosi, se ne avete desiderio, fa’ bene.

Anche davanti ai figli…

10) Non chiedere ad altri di “provare sentimenti”  (spontaneità, fiducia ecc.).

E’ impossibile farlo per comando. Senza accorgercene spesso poniamo persone per cui contiamo, e su cui contiamo, in questa imbarazzante posizione. Chiediamo di essere amati, per esempio; come se l’amore, o la fiducia et cet, siano sottoposti alla propria o altrui volontà! Potete invece provocare, i sentimenti dell’altro, con il vostro comportamento (purtroppo anche quelli negativi).

11) Dividere lo spazio della casa.

E’ davvero fondamentale che ciascuno, sin da piccolo, (figuriamoci da grande) abbia uno “spazio” di cui può decidere in sacrosanta libertà. Può essere persino solo un armadio, una scrivania, un cassetto, anche solo un angolo della stanza da letto.

12) Le porte della casa.

Appena è possibile, per l’età dei figli, è meglio chiudere le porte delle stanze da letto. E scoraggiare l’abitudine costante di un figlio di dormire nel letto dei genitori.

13) Evitare l’isolamento.

Accade che, per delusioni provate con le famiglie di origine, la propria famiglia diventi una cittadella in cui trincerarsi. In genere, se la porta di casa è ben chiusa al mondo esterno, le porte interne sono sin troppo aperte e tutti sanno o credono di sapere tutto… anche i pensieri degli altri. Assai spesso ci si vuole un gran bene, ma si è, per così dire, cosparsi di “colla”; naturalmente il distacco è assai… doloroso, specie se i genitori sono impegnati in  una “gara di bontà”. Ci sono invece famiglie in cui, per una sorta di “si salvi chi può” (legato, spesso, alle fregature ricevute negli affetti più cari), alcuni se la squagliano, e la casa diventa vuota.

Se nel primo tipo di famiglie è lesa l’autonomia, nel secondo tipo non c’è sostegno.

14) Aprire le porte di casa ad amici propri e dei figli.

Incoraggiare i figli alla frequenza anche in famiglia dei coetanei, festeggiare e festeggiare, ricorrenze , vere ed improvvisate, meglio con amici , parenti, conoscenti, anche di più generazioni (considerata la difficoltà a riunirsi della famiglia allargata)

15) Fare qualcosa insieme, non solo tutti insieme, ma a gruppi di due.

Ad esempio un figlio ed un genitore allo stadio, o per un acquisto ecc. In due l’interazione è più intensa e segreta.

16) Salvaguardare l’autonomia della coppia rispetto ai figli.

Si suggerisce in particolare di uscire la sera, per divertirsi e non per scopi pratici (al supermercato, dal medico et cet.) , anche da soli, cioè senza figli.
Anche salvaguardare l’autonomia personale aiuta a star meglio insieme!

17) “Io so, tu sai, io so che tu sai, tu sai che io so; ma non parliamo mai insieme”

Ci sono argomenti “scottanti”; in questa situazione il rischio psichico può essere elevato. Occorre il coraggio di parlarne, magari alla presenza di una persona competente.
A volte il vero ostacolo è solo la difficoltà di “salvare la faccia”,  che non si deve negare…

18) Incoraggiare ed incoraggiarsi a manifestare con chiarezza il proprio punto di vista o la propria richiesta o risposta.

E’ molto più salutare esprimere un no o il dissentire che non far comprendere la propria posizione, ai figli o al partner.

19) Qual è la nostra “visione complessiva del mondo?”

Se traspare, dalle nostre parole,  battute, comportamenti, che il Mondo esterno è minaccioso, che i “parenti sono serpenti”, se i rapporti con gli altri ci sembrano una giungla, in cui solo i fessi si fidano degli altri, è bene che riflettiamo se siamo, poi, così “dritti”…
Se è vero che una nave è al sicuro nel porto, certo non è stata costruita per questo.
I nostri sentimenti negativi verso gli altri evocano sentimenti negativi, i positivi spirali positive.

… repetita iuvant?


Postfazione

Per quello che ne so, questa, nel 1991, è stata la prima edizione in Italia di un “fai da te” per la difesa della propria ed altrui salute mentale, partendo  -ed arrivando – dall’osservatorio e dal laboratorio italiano per eccellenza, la Famiglia.

Le facce sorprese di illustri colleghi terapeuti ed amici, le scrollatine di spalla di antagonisti, le critiche velate di intellettuali, alle varie presentazioni, me le ricordo ancora, insieme agli elogi convinti di persone insospettabili, alle numerose ristampe caserecce, alle intelligenti osservazioni di gente nel momento di coinvolgimento nelle usuali sconfitte della vita, proprie o di loro cari.

Dunque, questi modesti suggerimenti sono nati dalla terapia familiare, ma, in genere, da quanto so e ho imparato sul comportamento umano.

Ma, anche, da lustri di pratica di conversazioni terapeutiche con pazienti e loro familiari, di discussioni con Allievi, di polemiche  e dibattiti sotto le più svariate insegne.

Soprattutto, ne sarò sempre orgogliosa sino all’arroganza, dalla mia  fatica quotidiana, con un piccolo gruppo di sognatori, per decenni, di lotta alla Malattia Mentale, quella dei gravi e dei cronici, nel contesto pubblico terapeutico  nato dalla Liberazione decisa da Franco Basaglia, in Italia con la legge antimanicomiale (180 del 1978).

Sentivamo la necessità di fornire una specie di linee guida ai familiari, almeno sugli errori standard.

Beh, certo, nel frattempo i self help e le linee guida si sono sprecati.  Ubriacature di parole, fiumi di consigli da Happy Few patinate ed impomatati, dalla gente giusta-nel-posto-giusto-che sa-le-cose-giuste, su media nazionali ed oltre, sino alla psicochiacchiera perpetua.

Nel 2000 coniai Psicocrazia, perchè ormai sapevo che dalle ceneri dei manicomi si erano alzate varie fenici, azzeccagarbugli, psicoimprovvisatori di tutte le risme.

Gli operatori seri, in una perfetta inversione di un noto film sugli orrori (sempre in agguato) della psichiatria, sono stati risospinti nella precarietà della psichiatria scalza.

Spinti fuori dai Cuculi.

Il loro sapere –sul comportamento umano normale e patologico – rischia di essere utilizzato da imbonitori o, peggio, da ladri capaci, per fini non più psico-terapeutici, o addirittura anti-terapeutici.

In fondo, mi ero subito accorta che lo stesso mio sforzo, di estrarre l’essenziale,  per la ri-costruzione di contesto in senso terapeutico poteva essere invertito e si rischiava di passare al fornire know how per la costruzione di contesti atti a distruggere la salute mentale della gente, contesti patogeni.

L’aumento dell’ abuso istituzionale –preferisco questa definizione a quella di mobbing – e, ancora più, il  falso Mobbing, nasce,  a mio avviso, non solo dal passaggio dalla violenza fisica ( non più praticabile alla luce del sole) a quella psichica, alla tortura interattiva, mistificabile, ma soprattutto da una rinnovata ed allargata abilità di più soggetti ad utilizzare le nuove conoscenze

che abbiamo estratto dal dolore umano, condensato nell’ ultima fredda definizione  tecnica “disturbo psichico”.

La psichiatria cambia sempre le sue definizioni, perchè da millenni divengono dispregiative, insultanti. Da chi utilizza la consueta illogica inversione di livello logico, tra causa ed effetto,

che provoca una confusione utile per esempio, a non far riconoscere una serie di”usuali” comportamenti umani come frutto di perversione.

Ancora oggi, persino sul “territorio” italiano,  percorso dalla rete dei servizi socio-sanitari, in era postbasagliana, stanno completandosi nuove mutazioni.

Attenti! I perversi, ben annidati, in tutti i secoli, nel cuore  del Potere, anche di quello che ruba l’anima, non lasciano facilmente “l’area psi”, anche nel post-manicomio.

Sempre pronti con sorrisi di facciata e voci pacate a dire “caaalma, caaalma” e a chiedere amorevolmente “hai preso i farmaci, stamani?” e ad intrecciare reti per gli ingenui ed i sognatori.

Occorre, dunque, che nei prossimi anni impariamo a frugare anche nel cuore dei carnefici.

Di qualunque carnefice, in ogni campo.

Nella consapevolezza che sono proprio loro i veri pazzi da riconoscere e da curare.

Memoria minuitur nisi eam exerceas.

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